Perché educare è più difficile che vietare

Lo stop ai social per i minori di 16 anni. La riflessione di Fulvio Martusciello

La proposta avanzata dal governo spagnolo di vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni si inserisce in un dibattito europeo sempre più acceso. Madrid si unisce così ad altri Paesi che, di fronte ai rischi del digitale, scelgono la strada del divieto come risposta immediata a una preoccupazione reale.I rischi esistono e non possono essere minimizzati. Dipendenza, disturbi dell’attenzione, difficoltà nelle relazioni reali, esposizione precoce contenuti inappropriati o manipolatori sono problemi concreti, che famiglie e scuole affrontano ogni giorno. Ignorarli sarebbe irresponsabile. Ma proprio perché il tema è serio, la risposta non può essere semplicistica.Innescare un divieto generalizzato, come quello ipotizzato dalla Spagna, rischia di produrre un effetto solo apparentemente rassicurante. Non elimina il digitale dalla vita dei più giovani, lo sposta. Spinge verso altri strumenti, spesso meno visibili e meno controllabili, comprese piattaforme di messaggistica o circuiti paralleli. E’ legittimo chiedersi se questo renda davvero più sicuro l’ambiente in cui crescono le nuove generazioni o se, al contrario, non finisca per renderlo ancora più opaco.I social network, nel bene e nel male, sono diventati uno strumento essenziale della società contemporanea. Sono centrali nella comunicazione, nell’informazione, nella pubblicità, persino nelle opportunità professionali. Mettono in contatto persone, idee, comunità. Fingere che possono essere semplicemente rimossi dalla vita dei ragazzi significa non comprendere la realtà in cui viviamo. Questo non vuol dire negare le conseguenze negative dell’uso e dell’abuso dei social, soprattutto tra i più piccoli. Quelle conseguenze esistono e vanno affrontate. Ma vietare non educa. Vietare non rende consapevoli. Visitare, spesso, significa rinunciare a governare un fenomeno complesso. La vera questione non è l’età anagrafica. È la responsabilità. E la responsabilità non può essere scaricata sui ragazzi né lasciata interamente sulle spalle delle famiglie. Deve ricadere su chi costruisce e governa l’ecosistema digitale e, allo stesso tempo, sulle istituzioni che hanno il compito di formare cittadini consapevoli. Per questo la priorità deve essere l’educazione digitale. Un’educazione vera. strutturata. che entri nelle scuole come parte integrante dei percorsi formativi. Oggi questo non avviene in modo adeguato. Mancano strumenti, programmi e spesso E’ una lacuna che non si colma con un divieto, ma con investimenti seri sulla formazione, a partire dagli insegnanti.Educare all’uso consapevole dei social significa spiegare come funzionano gli algoritmi, come riconoscere i rischi, come difendersi dalla manipolazione, come usare la tecnologia senza esserne usati. E una nuova forma di educazione civica, indispensabile in una società digitale,Accanto all’educazione, servono regole, Regole chiare, efficaci e applicate. Il Digital Services Act va in questa direzione, perché afferma un principio fondamentale: le piattaforme non sono zone franche. Devono assumersi responsabilità, prevenire i rischi, rispondere delle conseguenze delle loro scelte. Serve trasparenza sugli algoritmi, strumenti di verifica dell’età realmente efficaci, sanzioni concrete per chi non rimuove contenuti illegali o dannosi. Ciò che non serve è una frammentazione europea fatta di divieti diversi da Paese a Paese. Piattaforme globali e regole nazionali disomogenee non rafforzano la tutela dei minori, Indeboliscono l’Europa e creano incertezza. Proteggere i ragazzi non significa isolare, Significa accompagnarli. Significa governare il digitale, non fuggire. Educare è più difficile che vietare. Ma è l’unica strada che produce risultati duraturi.L’Europa non ha bisogno di scorciatoie. Ha bisogno di coraggio, visione e capacità di governo, Anche,e soprattutto. nel mondo digitale. (IL MATTINO)

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